Paola Boni un’artista che, forse un po’ controcorrente rispetto alle tendenze di oggi, agisce sul positivo, sul desiderio di stare bene mentre lavora, sulla voglia di far emergere quella sana ingenuità infantile che è ormai nascosta troppo in profondità in ognuno di noi.
Non ha un tema preferito su cui si concentra, e nemmeno un soggetto ricorrente, quello che la caratterizza è la cura e l’amore che mette in ogni particolare che da vita alle sue opere.
Mi è capitato di vedere i suoi quadri esposti in fiera a Parma, e mentre mi facevo rapire dall’uso del colore caldo e dalle forme tondeggianti ho sentito una ragazza dietro di me dire: “ finalmente un po’ di positività! Gli altri artisti sono tutti cupi, e non si capisce mai cosa vogliono trasmettere”, questa frase mi ha fatto pensare al bisogno che il pubblico ha di non ritrovare necessariamente nell’arte i segni indelebili che la società sta vivendo in questo periodo, forse vi è l’inconscio desiderio di una sferzata di positivismo per uscire dalla quotidianità sempre più frenetica e ripetitiva che caratterizza questi ultimi anni.
Ci sono già molti problemi, politici, sociali, economici, lavorativi che vengono quotidianamente presentati in tutte le salse dai principali media, forse trovare un modo per perdersi non fa poi così male.
Sempre più spesso si legge che la cultura deve rieducare la popolazione…e come può fare ad attrarla se non tramite una forma di piacere.
Arte per l’arte…non proprio. Quella di Paola non la definirei arte per arte, le sue opere non sono puramente tecnicismi asettici e ripetitivi o casistiche sterili, nei suoi lavori c’è il desiderio intimo di stare bene mentre lavora, e trasmettere serenità.
Non ci sono troppi significati che vanno ad indagare il reale…c’è il reale o quello che idealmente l’artista vorrebbe creare.
La Boni è un’artista autodidatta che si distingue per la sua capacità di analizzare il dettaglio e trasferirlo sulla tela con un’interiorizzata osservazione; le sue opere non partecipano all’antica gara con la macchina fotografica, in quanto come già ha affermato uno dei padri dell’iperrealismo, l’americano Chuck Close :«La macchina fotografica è obbiettiva. Quando si occupa di un viso, non fa distinzione tra naso e guancia. La macchina non sa che cosa sta osservando, riproduce tutto. Io voglio occuparmi di questa riproduzione in bianco e nero, -dice- che è bidimensionale e carica di particolari superficiali».
E sono proprio questi particolari ad attrarre e ammaliare chi osserva le opere della Boni per la vividezza e la meticolosità della resa.
Inizia sperimentando differenti tecniche, poi s’imbatte nel pastello, che adora in quanto le permette di non avere tramite tra le sue dita, il colore e il cartoncino, scoprendo inoltre che il “pennello” più piccolo a sua disposizione è il suo stesso mignolo. Poi per curiosità si avvicina all’olio, che la soddisfa soprattutto applicato all’iperrealismo, ma è in continua ricerca di tecniche in grado di rendere al meglio ciò che ha in mente, infatti da qualche tempo inserisce nelle sue opere delle paste che modellate ed amalgamate vogliono conferire tridimensionalità alle immagini e alle emozioni.
Negli ultimi anni Paola Boni si dedica ad una serie di quadri che uniscono biunivocamente il fumetto ad un oggetto di consumo reso iperrealisticamente.
Ci si imbatte in un dolcissimo Dumbo che ammicca mentre sta per mangiare un Tronky, oppure nella megera Amelia che in questo contesto non vuole sfidare Paperone con la sua bacchetta magica, ma ricorre a un noto rossetto per stregare il pubblico, e ancora Wile E. Coyote che, sempre impegnato nel maniacale e mai fruttuoso inseguimento di Road Runner, dopo aver provato tutti gli stratagemmi possibili per catturare il suo irridente e coloratissimo sfidante, ricorre alla potentissima Red Bull, per tentare l’impossibile. Con questa operazione, la Boni rende lo spettatore parte attiva chiedendogli di recuperare l’ironia sottesa dal quadro, in quanto fornisce le carte per arrivare alla soluzione, ma non la svela esplicitamente, infatti non compare la frase che accompagna la nota bibita in ogni pubblicità poiché è ormai coscienza comune che sia in grado di “mettere le ali”, e saranno quelle che servono al nostro Wile per raggiungere il velocissimo Beep Beep?
L’interesse per il fumetto è svelato se ci si lascia catturare dallo sguardo di Dumbo, opera che l’artista ha davanti all’entrata della sua stanza, e che saluta ogni mattina, lo abbraccerebbe pure se potesse in quanto la mette di buon umore augurandole quotidianamente il buon giorno. La volontà appunto di andare oltre il reale, ma perché immergersi nel fumetto? La risposta è semplice e in linea con la trasparenza della Boni, ovvero perché i fumetti mettono allegria, le permettono di far vivere quella bambina che sorride e salta dentro di lei, perché lei stessa dice “sono invecchiata, ma non cresciuta. Il fumetto mi apre il cuore, mi riporta a quando ero piccina, leggendo un fumetto riesco a cancellare le cose che succedono tutti i giorni… il mio Dumbo, talvolta lo abbraccerei. È vero che è un fumetto, ma la volontà è quella di renderlo reale e, con un oggetto iperreale, è come se lo trasportassi nella quotidianità, facendolo vivere realmente”.
Un altro tema caro alla tradizione dell’iperrealismo che viene affrontato anche dalla Boni è la presenza delle automobili o motociclette che padroneggiano i quadri diventando veri protagonisti di un rimando continuo di particolari e luccichii.
Sceglie questi soggetti perché le permettono di sperimentarsi, di sfidarsi per rendere l’effetto lucido, in quanto una carrozzeria è un continuo gioco di riflessi tra luci ed ombre, nella lamiera si vede tutto rispecchiato, ma leggermente deformato in base alla curvatura pertanto non riporta esattamente la realtà com’è, ma come viene interpretata; a proposito la Boni dice “fare una macchina o una moto è come fare un bicchiere, una bottiglia,…insomma come il vetro che ha tante trasparenze, tante luci e se riesci a renderle reali, è spettacolare!”
Lo spettacolo affascinante del reale, della naturalità delle cose, dell’attenzione al particolare che solo una sensibilità accurata e profonda riescono a dare, l’io bambino che esce soffermandosi sui piccoli dettagli e valorizzando la genuinità della semplicità, questo trasmettono le opere di Paola Boni: una diversa modalità di porsi rispetto alla velocità che la società ci impone, ai tempi brevi…alla massificazione. Il tempo effettivo per fare un quadro, per studiarlo, per assimilare l’immagine nella sua totalità vanno contro questa necessità di correre, richiedono piuttosto una pausa, uno spazio, un contatto con la particolarità delle “piccolezze” che compongono le nostre vite e i nostri ricordi.
Maura Dellanoce
